Saṃsāra ovvero… Instant Karma (per chi ci crede)


Questa mattina, mentre rientravo a casa in auto dopo la consueta spesa domenicale, ho visto una ragazza dai tratti asiatici sbracciarsi lungo la strada con un’espressione disperata, nel tentativo di attirare l’attenzione degli automobilisti che ovviamente la ignoravano. Io, invece, ho rallentato e abbassato il finestrino, più che altro per la curiosità di capire cosa volesse, dato che indicava con il dito il bordo della carreggiata verso l’asfalto come se qualcuno avesse perso qualcosa o peggio ancora investito qualche animale, e solo in seguito ho capito che con quel gesto intendeva chiedere alle auto di accostare e fermarsi. Durante i mei tanti viaggi e permanenze all’estero ho imparato quanto la gestualità possa variare da una cultura all’altra e perciò la cosa non mi ha sorpreso piu di tanto. In India, per esempio,  la gente annuisce dondolando con un sorriso la testa da destra a sinistra (o viceversa), contrariamente a quanto accade nei paesi occidentali dove quel movimento si accompagna in genere a una negazione; o ancora, negli Stati Uniti (ma forse anche in Inghilterra), per contare sulle dita le persone non partono dal pollice come in Italia, e rizzano invece il mignolo e l’anulare nell’aria quando vogliono indicare il numero due, aggiungendo il medio sollevato per indicare il tre, con movimenti rapidi e innaturali che io non riuscirei mai a eseguire senza bloccare goffamente con il pollice le altre dita ripiegate verso il palmo della mano.

   
    Tornando a noi, mentre finisco di abbassare il finestrino di destra, la ragazza agita davanti ai miei occhi una mano con qualcosa di accartocciato stretto all’interno, e in tono concitato pronuncia in cinese cose incomprensibili che io mi sforzo progressivamente di interpretare come: A) un tentativo di vendermi qualcosa, oppure, B) la richiesta di fare moneta… perché nel frattempo ho riconosciuto che quella che serrava nel pugno era una banconota da dieci Euro. 

    Poi, finalmente, la prossimità di una fermata del bus mi illumina il cervello… la ragazza stava aspettando un mezzo pubblico, che probabilmente alla domenica non passa lungo quella strada. I miei sospetti vengono presto confermati dall’improvvisa apparizione di un’altra ragazza dai tratti asiatici, che trascina due grosse valige a rotelle e un borsone, e mi fa capire che devono raggiungere la stazione e che non riescono a trovare un autobus né un taxi. Memore dei tempi lontani in cui viaggiavo in autostop e di certe mie lunghe e infruttuose attese ai bordi delle strade (tra l’altro questa mattina pioveva) ho acconsentito subito ad accompagnarle, rifiutando l’offerta di dieci Euro che le due insistevano per farmi accettare con simultanei strilli in toni garruli (perché il cinese, come tutti sanno, è una lingua tonale). Durante il percorso verso la stazione riescono in qualche modo a spiegarmi che stavano attendendo l’autobus da un paio d’ore (confermando lo stereotipo della proverbiale pazienza cinese) e che devono prendere il treno per raggiungere un’amica a Milano. Da parte mia, dopo un paio di inutili tentativi rinuncio a spiegare con vani esempi la pronuncia della ERRE vibrante nella parola "treno", e nel frattempo continuo a rifiutare la banconota che la ragazza al mio fianco mi esibisce con insistenza, ora spingendomela con energia tra le mani (malgrado io stia guidando) ora posandola con decisione sul cruscotto, o addirittura cercando di infilarla nella tasca del mio giaccone, con risatine e gridolini che immagino siano di ringraziamento e gioia per aver trovato un passaggio. Mi rendo conto che, oltre ad avere molta pazienza e parlare una lingua tonale, i cinesi sono anche un popolo pervicace e testardo… ma non quanto me, che alla fine e non senza fatica vinco la loro resistenza e finalmente riesco ad arrivare alla stazione e salutarle, augurando a entrambe buon viaggio, tra inchini, ulteriori ringraziamenti, strane carezze sulla testa e sulla barba (avete mei visto un cinese con la barba?) da parte della ragazza che era rimasta seduta sul sedile posteriore, e vigorose strette delle dita sul mio avambraccio da parte dell’altra, tutte cose che immagino siano un altro modo per dimostrare gratitudine, oppure facciano parte di qualche sconosciuto rituale di commiato. Mentre ritorno verso casa, l’intero episodio e i toni acuti di quella lingua  cinguettante mi risuonano nelle orecchie e mi rammentano che da giorni dovevo passare dal “cinese” per acquistare un paio di cavetti e una coppia di auricolari per il mio Iphone, e mi fermo al primo magazzino etnico lungo la strada.  Eseguo rapidamente l’acquisto, pagando in tutto nove Euro e novanta centesimi, e racconto il curioso episodio alla ragazza alla cassa, che tuttavia non mostra eccessivi segni di cogliere la stranezza del mio racconto ma comunque mi sorride con fare divertito e condiscendente, come se fossi io quello che non capisce. 


    Mentre apro la portiera per risalire in auto, scorgo, seminascosta sul sedile di destra, la contesa banconota da dieci Euro, ripiegata in quattro.

Credo che conserverò da qualche parte la monetina da dieci centesimi ricevuta come resto alla cassa del negozio.