Ingegnosi antenati

   

 

Inai ner stun desin dibil derfèrtig… era l’inizio di una misteriosa filastrocca (un po’ più lunga in realtà, ma il resto non lo ricordo), che la mia nonna materna  (classe 1901) ripeteva spesso raccontandomi di quando negli anni ’20 lei e il nonno percorrevano in lungo e in largo e le spiagge del lido di Venezia a caccia di danarosi turisti tedeschi desiderosi di farsi fotografare sulla sabbia.

            Il nonno Guido era un tipo particolare. Nato il 31 dicembre  1899 era stato spedito in prima linea nel 1917, per la sfiga di un solo giorno di differenza che faceva di lui un coscritto precettato. Durante il servizio militare aveva incontrato nonna, che lavorava come sartina e riparava le divise dei soldati di stanza nella caserma sottocasa, a Verona. Dopo il congedo i due si erano sposati e nonno, essendo un tipo intraprendente, si ingegnava a escogitare metodi di ogni tipo per far quadrare il bilancio e sbarcare il lunario. Personalmente non l’ho mai conosciuto perché venne a mancare quando avevo solo sei mesi, ma nonna Zolia me ne parlava spessissimo. Mi diceva per esempio che la sua intraprendenza non si limitava a come racimolare spiccioli ma si rivolgeva frequentemente anche al gentil sesso, al cui fascino era particolarmente sensibile.

            “El me meteva un saco de corna, fiol d'un can…” mi riferiva nel dialetto veronese che in effetti era la sua lingua madre “… però l’era tanto belo… poareto…” Ma di questo aspetto parlerò un’altra volta.

 

            Torniamo al lido di Venezia. Nonno Guido aveva escogitato, o meglio, riadattato sfruttandolo astutamente, un metodo rapido per fotografare e consegnare immagini finite ai clienti nel breve giro di un’ora, e tutto questo molti decenni prima dell’arrivo delle Polaroid.  Il sistema in realtà era tanto semplice quanto ingegnoso.  Si trattava di stampare un’immagine su carta, anziché su pellicola, usando una di quelle vecchie macchine a soffietto con il lampo al magnesio che si vedono nei film. Lo sviluppo avveniva in due piccole bacinelle sistemate all’interno del corpo della macchina, di fatto una voluminosa cassetta, dopodichè l’immagine su carta al negativo veniva ri-fotografata ancora bagnata, e il processo si ripeteva una seconda volta fino al risultato finale, seguendolo attraverso uno spioncino schermato con un vetro rosso (come tutti sanno, la luce rossa non impressiona l’emulsione fotografica) e controllandolo tramite due manicotti di stoffa nera collegati alla cassetta in cui si potevano infilare le braccia. 

            Fin qui, tutto facile, si trattava ora di trovare clienti, e qui entrava in gioco nonna, che sfruttando la sua leggiadria giovanile si aggirava sulla spiaggia veneziana tra i turisti tedeschi, sciorinando una strana e incomprensibile filastrocca che aveva lo scopo di pubblicizzare quella loro industriosa trovata.

            Soltanto dopo molti anni, quando cercavo faticosamente di studiare la lingua tedesca, mi erano tornate alla memoria quelle parole, e dopo averle ripetute in continuazione nella mente, il loro suono aveva finito per trovare un senso compiuto.

            “In einer Stunde sind die Bilder fertig…”